Lo sciagurato Egidio

Storie... di emozioni

CHI SONO

Utente: pigio00
Nome: Pi Erre

Commenti recenti

Partecipano

Multimedia

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
venerdì, 21 agosto 2009

CAMBIO DI CASA

Se passate di qui e siete interessati a cosa scrivo oggi... mi trovate al nuovo indirizzo:

http://seigradi.splinder.com

Grazie della visita.

postato da: Seigradi alle ore 12:26 | link | commenti
categorie:
giovedì, 04 ottobre 2007

RIPARTIAMO

Ha senso parlare di sport in un blog? Non si parla già troppo spesso di sport? Cosa ne verrà fuori?

Domande oziose: senza nessuna pretesa di detenere la verità sul calcio, senza nessuna intenzione di imporre a tutti i costi il mio punto di vista sugli altri sport, riprendo in mano questo esperimento di blog a distanza di moltissimo tempo con la convinzione che si possa parlare di calcio, basket, formula uno, tennis e quant'altro, senza scadere nei soliti luoghi comuni.

In mezzo è successo di tutto: un campionato del mondo clamorosamente vinto, una spy story in Formula Uno degna di un romanzo di Agatha Christie, il solito doping nel ciclismo, il ritiro del cannibale Schumacher dalle corse...

In mezzo, soprattutto, sono passati tanti bei momenti di sport e di vita sui quali, ogni tanto, varrebbe la pena soffermarsi.


postato da: pigio00 alle ore 16:17 | link | commenti
categorie: editoriale
giovedì, 02 marzo 2006

Italia - Germania (secondo tempo)

A leggerlo sul giornale non ci si crederebbe. Si tenderebbe a pensare più ad un refuso, un errore di stampa.
Gli ultimi quattro gol di comune memoria che abbiamo infilato ai tedeschi risalgono a 26 anni fa, era città del Messico, e per fargliene quattro abbiamo dovuto giocare per ben 120 minuti!
Per tacere del fatto che i tedeschi, in cambio, ce ne avevano segnati tre e ci avevano fatto soffrire le pene dell’inferno.
Nessuna illusione sul fatto che, probabilmente, il campionato del mondo sarà altra cosa, presenterà ben altri stimoli e trasformerà le motivazioni anche di quelli, vestiti in maglietta rossa, che ieri sera erano in gita a Firenze.
Abbiamo dato, nel giro di tre mesi, tre schiaffi, in casa sua, all’Olanda di Van Basten e quattro ceffoni alla Germania di Jurgen Klinsmann.
Che sia, finalmente, finito il tempo delle paure, degli aggettivi come “temibilissimi” affibbiati ad avversari del calibro di Ecuador e Corea?
Che siano un po’ gli altri, per una volta, ad aver paura di noi.

postato da: pigio00 alle ore 12:46 | link | commenti
categorie: sport, calcio
mercoledì, 01 marzo 2006

Totti con Baggio

Appare più ora di quando poteva tranquillamente passeggiare per Roma sulle sue gambe. Appare ai telegiornali all’uscita dalla clinica in cui gli hanno sistemato la caviglia, appare al Festival di Sanremo, è sulle prime pagine dei giornali, è a bordo campo durante il derby tra Lazio e Roma e tutti lo abbracciano, tutti esultano con lui.
Eppure io continuo a preferigli l’uomo che, da quando ha appeso gli scarpini ad un chiodo (purtroppo!) è scomparso da televisioni, giornali, riviste.
E’ stato uno dei più grandi artisti del calcio: si presentò al mondo quella splendida serata d’estate, nel bel mezzo delle notti magiche di Italia ’90, quando si bevve in un sorso la Cecoslovacchia intera e segnò un gol bellissimo.
Fu il delirio assoluto (urlai, urlai e ancora urlai) quando si parò davanti a Van Der Saar, allora portiere della Juventus, in un pomeriggio di sole allo stadio di Torino, imbeccato da un lancio millimetrico di Andrea Pirlo, e lo dribblò stoppando contemporaneamente il pallone, mandando Del Piero tra le comparse di quel pomeriggio e forse non solo di quel pomeriggio.
Fu l’eroe e la sciagura di un’estate da brivido, in cui ricordo di essere stato uno dei pochi che credeva a Sacchi e a quella sua nazionale, un po’ strampalata, ma con il cuore grande.
Gridavo in faccia alla gente scettica: esultai davanti a tutti quando, affondando la Nigeria ben oltre i tempi regolamentari, ci tirò letteralmente giù dall’aereo che ci stava portando a casa e quando infilò la Spagna con un diagonale da una posizione quasi impossibile; sfiorai il litigio con gli amici quando lo ammirai danzare contro la Bulgaria in semifinale e piansi lacrime amare quando il pallone volò alto nel cielo di Pasadena, sopra Taffarel, lontano dalla porta.
Cullato da questi ricordi guardo Totti e gli auguro che il gesso sia levato in fretta perché di strada da fare, caro Francesco, ce n’è ancora tanta… anche, forse, con l’obbligo di sopportare quei calzini che tanto ti hanno fatto venire le vesciche ai piedi!

postato da: pigio00 alle ore 11:38 | link | commenti
categorie: sport, calcio
martedì, 28 febbraio 2006

Italia - Germania (primo tempo)

Come si fa a capire la portata di un evento all’età di sette anni?
A sette anni non me la sarei mai persa per nessuna ragione al mondo, l’11 luglio, la partita serale a calcio (o forse era palla tra due fuochi), in cortile, con gli altri bambini del vicinato.
Il mio primo faccia a faccia con un campionato del mondo fu, alcuni giorni prima di quell’11 luglio, all’ottantanovesimo minuto di Italia – Argentina: Maradona era già sotto la doccia da un po’.
Italia – Brasile fu una riunione di tutti i bambini del vicinato a casa mia, quel pomeriggio d’estate in cui si sarebbe impresso a fuoco nel nostro cervello il nome “Paolo Rossi” e in cui rimanemmo più sorpresi per l’altalena di gol che per la portata del risultato in sé. La semifinale la snobbai completamente: non sapevo neanche cosa fosse una semifinale, ignoravo persino chi fossero gli avversari.
Così, quella sera di luglio, stavo tranquillamente giocando nel cortile del mio vicino di casa insieme agli altri bambini.
Fui richiamato a casa d’urgenza da mia nonna: i miei genitori a casa di qualche amico per dividere la sofferenza di una finale mondiale. Ricordo che abbandonai gli amici con un po’ di rammarico ma, quando ad un bambino di sette anni gli si urla: “vieni, corri, sbrigati, dai, vieni a vedere…”, capirete bene che la sua curiosità viene stuzzicata irreversibilmente.
Quello che fu dopo non lo ricordo: un breve flash di un giro in macchina sull’auto degli amici dei miei in mezzo alla gente festante, a suonare il clacson e a gridare una filastrocca che più o meno suonava così: “Rossi, Tardelli e Altobelli, Germania, Germania, vaffan….eccetera”.
A sette anni si conosce ancora così poco del mondo che non ci si rende conto che quella sera dell’11 luglio un’intera nazione smise di respirare per novanta minuti e poi esplose in un boato tutta insieme e si sentì, per una volta almeno, Italia!
A sette anni non si sta a guardare che un ragazzino, mingherlino e chiamato apposta Pablito, che aveva combinato chissà quali pasticci l’anno prima con delle scommesse, imparò d’improvviso chissà quali segreti dell’alchimia calcistica e divenne irresistibile e leggendario
A sette anni non capisci neanche chi è quel signore che sta in tribuna e sembra un nonno e che scatta in piedi come un grillo con un sorriso che non finisce più ogni volta che gli italiani, laggiù sul campo, segnano un gol.
L’unica cosa che a sette anni credi di intuire è che gli avversari sono forti e fanno paura: Aughentaler, Maghat, Breitner sono nomi che fanno quasi spavento per la fervida immaginazione di un ragazzino.
Forse quelli della mia età è per quel motivo, da quella sera, che quando sentono “Germania” si lasciano andare insieme ai dolci ricordi di un sogno e al rispetto per questi fieri avversari.

postato da: pigio00 alle ore 11:39 | link | commenti
categorie: sport, calcio
lunedì, 27 febbraio 2006

Fine

Cala il sipario! Signori è stato bello, intenso, intrigante, preciso, noioso, buffo, triste, ma è ora di andare.
Torino 2006 ha fatto vedere che quando gli italiani vogliono, ci sanno fare. Ora inizierà il tempo dei bilanci e, come di consueto, ci si dividerà tra quelli che sono perennemente ottimisti e sapranno vedere tutto il bello di questa Olimpiade, e i perenni pessimisti che saprebbero fare la faccia schifata anche davanti alla Gioconda di Leonardo.
Torino ha dimostrato all’Italia che con persone serie è possibile organizzare eventi di portata planetaria. Non è necessario essere inglesi pignoli, americani spendaccioni, tedeschi precisi, per essere sempre e per forza vincenti: serve solo scegliere le persone giuste.
E’ quella serietà che oggi, da noi, si trova in piccole isole felici e che sarebbe auspicabile, invece, diventasse una ricerca comune per tutta la penisola.

La ventesima Olimpiade invernale chiude, in definitiva, con un insegnamento: basta “tirare a campare” con imbrogli, sotterfugi, aiuti… è ora di tornare a lavorare, con serietà, tutti quanti, per l’Italia!


postato da: pigio00 alle ore 12:08 | link | commenti
categorie: sport, editoriale
domenica, 26 febbraio 2006

Cinquanta chilometri

Cinquanta chilometri non sono uno scherzo, non è “dietro l’angolo”.
Cinquanta chilometri è una parola lunga anche da pronunciare
E’ un fiato lunghissimo, è l’acido lattico che ti divora i muscoli, è un cuore che deve essere grande molto di più di quel muscolo che ti batte forte nel petto.
Cinquanta chilometri non sono i 35 secondi in cui butti al vento una gara per colpa della neve fresca e, forse, delle troppe chiacchiere che ti volevano già medagliato prima del via.
Cinquanta chilometri è il momento in cui vedi la linea del traguardo e senti il fiato maledetto di chi ti insegue, di chi ti bracca perché vuole per sé il sogno più grande di una carriera, forse di una vita.
Cinquanta chilometri è il muro di gente che all’arrivo esplode in un boato gigantesco e ti grida di stringere i denti perché il tuo sogno d’oro è diventato un po’ anche il loro, passo dopo passo, salita dopo salita, giro dopo giro…
Cinquanta chilometri è l’insegnamento vero che la vita è anzitutto fatica e umiltà, ma che, in una bella mattina, in una splendida domenica di sole, nel bel mezzo delle Olimpiadi di casa, diventa improvvisamente bellissima e ha il luccichio affascinante e magico dell’oro.
Giorgio di Centa: quanto è brillante questo oro!

postato da: pigio00 alle ore 12:38 | link | commenti
categorie: sport, sci di fondo
venerdì, 24 febbraio 2006

Ghiaccio scivoloso

E’ nata nel 1987: ha tutto dalla sua Carolina Kostner.
Il ghiaccio del Palavela, alla fine, è stato irrimediabilmente troppo scivoloso per i nostri atleti: Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio hanno dimostrato di poter pattinare da marziani, di essere splendidi e inarrivabili, emozionati ed emozionanti, finchè, nel breve volgere di un istante, sono tornati uomini. Lì, come ha ben evidenziato Candido Cannavò, è stato il loro successo.
Carolina, dal canto suo, si è goduta l’Olimpiade casalinga con la forza disarmante dei suoi diciotto anni. “Ho fatto un triplo al posto del doppio dopo la prima combinazione…forse l’emozione, succede.” In queste parole sta il senso della sua prima Olimpiade: l’abbiamo vista sorridente, il venerdì della cerimonia inaugurale, dentro lo stadio olimpico di Torino, mentre sventolava con forza giovane il nostro tricolore; si è ritrovata circondata da migliaia di persone nei giorni dell’allenamento e si è goduta, in definitiva, questa festa olimpica con lo spirito che solo la giovane età offre.
Non ci si può rammaricare di un’occasione persa, se solo si pensasse che tutti noi amanti dello sport, probabilmente, pagheremmo di tasca nostra per arrivare ultimi in un qualsiasi sport olimpico, pur di esserci comunque, stare dentro un’Olimpiade, di più, essere dentro l’Olimpiade di casa.
Come ha fatto l’altra nostra pattinatrice, Silvia Fontana, ventiduesima solamente, ma che si è impegnata quattro anni per esserci.
Carolina ha tutto dalla sua: è brava, è giovane ed ha dimostrato umiltà. Ha sbagliato e lo ha ammesso senza fare drammi. Succede, ha detto, senza perdere l’allegria della festa.
“Per il momento è bella, speriamo sia pure vincente” avrebbe certamente suggerito l’avvocato Agnelli, anima di questi giochi di Torino.

postato da: pigio00 alle ore 11:19 | link | commenti
categorie: sport, pattinaggio
giovedì, 23 febbraio 2006

Mancini il suicida...

Alla fine non c’è l’ha fatta… deve anche aver urlato “Tora, tora, tora” ad un certo punto, ma non è riuscito comunque a schiantarsi sul ponte della portaerei nemica. Con un guizzo improvviso, il suo aereo ha puntato nuovamente il muso all’insù e ha ripreso quota.
Non certo una quota dove si possa volare sicuri, ma il “Mancio” e la sua Inter sono ancora vivi.
Concediamo anche i giusti meriti ai ragazzini di Amsterdam, spinti da uno stadio che per la prima mezz’ora è stato letteralmente “ululante” e gasati dall’incoscienza dell’età. La differenza va oltre gli schemi, le tattiche, i tecnicismi: i ragazzi terribili di Blind (l’allenatore) correvano di più, correvano come le gazzelle che devono essere veloci per non farsi sbranare dal leone.
Il leone, ieri sera, era bolso, un tipico leone da circo. Nessuna voglia di correre, nessun appetito da soddisfare.
Meno male che è bastata una svogliata zampata per ferire, forse mortalmente, la gazzella Ajax.
Due a due e arrivederci a Milano.
A Mancini, però, converrebbe stare attento: non sempre improvvise folate di vento favorevoli permettono di riprendere quota… e nel mare burrascoso della Champions League ci sono anche portaerei molto più grandi sulle quali viene più facile prendere la mira e schiantarsi.

postato da: pigio00 alle ore 11:39 | link | commenti
categorie: sport, calcio
mercoledì, 22 febbraio 2006

Lo sciagurato Egidio

E’ stato per qualche anno il titolo di una fortunata trasmissione di Giorgio Porrà sui canali satellitari di Sky, prima di cambiare titolo e diventare Italia-Germania 4 a 3.
Lo sciagurato Egidio: il titolo non è una critica, è un punto di vista. Sbagliare un gol che tutti segnerebbero sicuramente non è un errore, è il lato umano non solo del calcio, è il lato umano dello sport in generale.
Equivale al pallone che ci elimina dai mondiali francesi e che sfiora il palo alla destra di Fabian Barthez (portiere della Francia campione del mondo del 1998) dopo la morbida carezza ricevuta dallo scarpino di un inarrivabile artista: Roberto Baggio; è l’adrenalina per le immagini di un casco arancione e nero spuntare da una rossa Ferrari numero 27 che non conoscerà mai il numero uno sulla propria carrozzeria ma che ha fatto letteralmente delirare tutti: Gilles Villeneuve; è la serpentina ipnotica di un gaucho argentino che affondò tutta l’Inghilterra da solo con una sfera di cuoio incollata al piede: Diego Armando Maradona; è la notte di Atlanta che rivelò al mondo che gli dei esistono, quando il figlio del vento volò nella leggenda con un salto lungo otto metri e cinquanta: Carl Lewis.
Lo sciagurato Egidio è lo sport, quello vero, quello di sportivi che, per un istante o una vita, suscitano le emozioni che fanno vibrare la nostra anima.

postato da: pigio00 alle ore 13:50 | link | commenti (3)
categorie: sport, editoriale